STORIE E LEGGENDE

ERBALUCE: UN VITIGNO AUTOCTONO

Fin dall’antichità, il vitigno autoctono dell’Erbaluce veniva coltivato sulle ripide pendici collinari dell’area incorniciata dall’Anfiteatro Morenico di Ivrea, agevolato da un terroir unico e irripetibile. Si fa risalire la prima produzione già intorno all’anno mille, quando pare fosse forte la richiesta del cosiddetto “vino greco” ricco di alcol, dolce e fortemente aromatico. Sin da allora sensibili alle richieste del mercato, i vignaioli piemontesi iniziarono a coltivare una serie di nuovi vitigni definiti “greci”, tra i quali si riscontra appunto l’Erbaluce. Al di là delle suggestioni – più o meno fantasiose – già nel 1500 Sante Lancerio, bottigliere del Papa, segnalava il vino ottenuto da tali uve. Risale al 1606 questa affermazione di tale G.B. Croce, gioielliere di Sua Altezza il Duca Carlo Emanuele I, estrapolata da un’operetta dal titolo: “Della eccellenza e diversità de i vini che nella montagna di Torino si fanno e del modo di farli”: “Elbalus è uva bianca così detta, come albaluce, perché biancheggiando risplende: fa li grani rotondi, folti e copiosi, ha il guscio, o sia, la scorza dura: matura diviene rostita, e colorita, e si mantiene in su la pianta assai: è buona da mangiare, e a questo fine si conserva: fa i vini buoni, e stomacali.” Nel 1833, Lorenzo Francesco Gatta nel “Saggio intorno alle viti ed ai vini della provincia d’Ivrea”, scriveva: “I vini bianchi di alcune terre di questa provincia sono pure pregiati; e tali specialmente sono quelli di Settimo Rottaro, Caluso, Orio e Lessolo, che, ben fatti, hanno un colore di paglia, son sottili, spiritosi e tendenti al dolce. In questi quattro paesi se ne fa un oggetto di speculazione, e si vende, di ordinario, il decuplo del nero. Conservate, ed appassite sulle stuoje o sulla paglia le uve sino al febbrajo o marzo, si pigiano, se ne spreme il mosto mediante il torchio, e messolo in botti fortissime turate a forza, si lascia fermentare a poco a poco per assai lungo tempo, quindi si travasa in altra botte, o s’imbottiglia, né si beve che all’età di tre anni: esso è molto serbatojo … L’uva bianca più estesa, e che s’impiega unicamente alla fabbricazione degli accennati vini di Caluso, Orio, Settimo-Rottaro, Lessolo, si è l’erbalus, che a Caluso viene pure indicata col nome di bianc-roustì, uva roustia (uva arrostita)”. Gatta segnala anche che le uve bianche a Settimo Rottaro “stanno alle nere come 1 a 10” ed indica i vitigni neri di Settimo come rappresentativi non solo delle viti di Azeglio ma anche per illustrare i vitigni di Borgomasino, Tina, Caravino, Masino, Vestignè di cui perse gli appunti. E’ di epoca molto più recente, con l’onore di essere il primo bianco piemontese ad ottenerlo, il riconoscimento per l’Erbaluce della Denominazione di Origine Controllata, istituito con decreto del 09.07.1967 e poi pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n°203 del 14 agosto 1967: il comprensorio di produzione comprende 36, comuni dei quali 32 in provincia di Torino ed i restanti nelle province di Biella e Vercelli. Nel 2010, tale riconoscimento viene esteso con la tutela della Denominazione di Origine Controllata e Geografica (D.O.C.G.) dei vini, in attuazione all’articolo 15 della legge 7 luglio 2009, n. 88. (10G0082), pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n° 96 del 26 aprile 2010.

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